Per tutti

La realtà e verità di una prsenza
 
Il «tesoro» della Chiesa
 
Otto dicembre: festa dell’Immacolata. È sera tarda quando, dopo una giornata passata in parrocchia, faccio ritorno a casa. Accendo la televisione mentre mi preparo qualcosa da mangiare. Su La7 si discute an­cora di Chiesa e Ici. Seguo un po’ annoiato. Sta parlando un distinto signore che, se ho capito bene, ha scritto un libro in cui tenta di fare i conti nelle tasche della Chiesa. La cifra che propone, logicamente, è enorme. Non è ben chiaro, però, se in quel "tesoro" ci abbia messo anche i tantissimi luoghi di culto, sparsi per l’Italia, né le migliaia opere d’arte, che la Chiesa custodisce e protegge, e che il mondo ci invidia. Nemmeno si ca­pisce se nel conteggio siano stati inclusi o­ratori, ospedali, scuole, università, conven­ti, monasteri, abbazie, edicole votive e tea­trini parrocchiali.
Si guarda bene, quel si­gnore, dal ricordare a chi segue la trasmis­sione che tantissimi parroci, cittadini italia­ni, oltre al lavoro squisitamente pastorale, svolgono gratuitamente quello di custodi di beni culturali di grandissimo valore. Non si chiede perché nei secoli scorsi e ancora og­gi tanta gente, morendo, ha deciso di desti­nare alla Chiesa i propri beni. In studio qual­cuno tenta di riportare il discorso su un pia­no più razionale e meno emotivo. Niente da fare. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Passo dalla televisione al computer. Vado al­la posta e leggo la prima email: «Ti farà pia­cere, padre, sapere che in chiesa stamattina ho provato una gioia immensa nel contem­plare l’immagine della Madonna sull’altare. Sono triste e senza lavoro, ma mi sono sen­tita abbracciata da lei e ho appoggiato il mio capo sul suo grembo ma­terno. Ti confesso che non sono riuscita a seguire nem­meno la lettura del Vangelo. Mi riposavo guardando Ma­ria. Mi rifugio in lei. Sento tanto la mancanza della mia povera mamma, ma trovo tanto conforto nella madre celeste. Anita». Sorrido pen­sando a quel signore che fa i conti in tasca alla Chiesa cattolica, e – chissà perché – solo ad essa. Egli, infatti, co­me tanti altri di questi tem­pi, nell’ossessione che lo ammalia, ha dimenticato quale sia la vera, grande ric­chezza di questa realtà tean­drica e misteriosa. In ogni chiesa, piccola o grande, ric­ca di arte o povera come la stalla di Betlemme, adorna­ta di marmi policromi o di­pinta dall’imbianchino del paese, c’è qualcosa d’im­menso che la gente trova e che le parole mai potrebbe­ro raccontare.

Il tesoro più grande della Chiesa è rappresentato dal­la presenza del suo Signore e della Vergine Maria; dal Vangelo e dai Sacramenti che le sono stati consegnati. La grandezza della Chiesa è nel­la sua capacità di ascoltare, consigliare, con­solare, assolvere dai peccati chi dal peccato si sente schiacciato e oppresso. Nella Chie­sa – una cappellina di campagna o la Basi­lica di san Pietro in Roma – tanta gente tro­va la forza per andare avanti, di riprendere fiato, di continuare a lottare e non cedere al­lo sconforto. «Quanto costa tutto questo, professore? Quanto costa la speranza ritro­vata, il desiderio di impegnarsi e fare il be­ne? Quanto costano i mille e mille volonta­ri di ogni tipo che rendono un servizio pre­zioso alla società civile?», verrebbe da chie­dere.

È proprio così difficile capire che non ci sarà mai abbastanza denaro per compra­re il "riposo" che Anita ha trovato fissando la Madonna, o la vita del bambino strappa­to alla fogna dell’aborto dopo la confessio­ne della mamma? Tutto il resto – denaro, studi, strutture – sono solo strumenti per realizzare tutto questo. «La Chiesa – scrive­va Bernanos – dispone della gioia, di tutta la parte di gioia riservata a questo triste mon­do. Quello che avete fatto contro di essa, l’a­vete fatto contro la gioia…». E contro la po­vera gente, aggiungo io.

 

Maurizio Patriciello 8"Avvenire del 12 dicembre 2011)

 

La vergogna dell'Ici di Marco Tarquinio(7 dicembre 2011)

  • C’ è un fantasma che s’aggira per l’Italia. Il fantasma dell’Ici «non pagata» dalla Chiesa cattolica sulle attività a fini di lucro che si svolgono all’ombra dei campanili. Il fanta­sma che sarebbe figlio di un’ingiusta esenzione di legge.

    I fantasmi non esistono, e questo in particola­re è una pura invenzione. Nessuna legge sta­bilisce un simile «privilegio». Le attività com­merciali svolte da enti e realtà riconducibili al­la Chiesa sono tenute a pagare l’Ici sugli im­mobili che le ospitano e tutte le altre imposte previste esattamente come ogni attività com­merciale. Gli immobili di proprietà di enti re­ligiosi dati in affitto sono assoggettati all’Ici e alle altre forme di tassazione come qualunque altro immobile dato in affitto. L’abbiamo scrit­to un’infinità di volte, e un’infinità di volte l’ab­biamo dimostrato con le nostre inchieste gior­nalistiche: citando la norma, illustrando casi, fornendo dati, pubblicando i bollettini dei pa­gamenti di presunti evasori indicati (con cla­more e nessuna verifica) su altri mass media... Un’infinità di volte abbiamo spiegato che se qualcuno cercasse di non pagare il dovuto su attività a fini di lucro riconducibili alla Chiesa, violerebbe la legge e meriterebbe di esser san­zionato: i Comuni hanno i mezzi per farlo. Un’infinità di volte abbiamo chiarito che le e­senzioni previste per le attività solidali e cultu­rali svolte senza l’obiettivo di guadagnarci ri­guardano non solo la Chiesa cattolica, ma o­gni altra religione che abbia intese con lo Sta­to italiano e ogni altra attività non profit di qua­lunque ispirazione, laica o religiosa.

    Chi dice il contrario mente sapendo di menti­re. E chi riaccende ciclicamente la campagna di mistificazione sull’«Ici non pagata» non lo fa per caso, ma perché intende creare confusio­ne e, nella confusione, colpire e sfregiare un doppio bersaglio: la Chiesa e l’intero mondo del non profit. Non sopportano l’idea che ci sia un «altro modo» di usare strumenti e beni. Vor­rebbero riuscire a tassare anche la solidarietà, facendo passare l’idea che sia un business, un losco affare, una vergogna. E vogliono farlo nel momento in cui la crisi fa più male ai poveri, ai deboli, agli emarginati, alle persone comun­que in difficoltà. Sono militanti del Partito ra­dicale e politicanti male ispirati e peggio in­tenzionati. Battono e ribattono sullo stesso fal­so tasto, convinti che così una menzogna di­venti verità. E purtroppo trovano anche eco. Ma una menzogna è solo una menzogna. È questa la «vergogna dell’Ici».


  • Marco Tarquinio

  • Ici, la verità è semplice di Marco Tarquinio (9 dicembre 2011)
  • REPETITA IUVANT
  • Le questioni a volte sono complesse, ma la verità è sempre semplice. Qui sotto ricapitoliamo alcune leggende metropolitane spacciate per verità su Chiesa e Ici. È anche bene che si sappia, però, che l’ultima iniziativa legislativa in materia, un emendamento radicale presentato invano la scorsa estate alla cosiddetta manovra-bis, puntava a colpire esclusivamente «gli enti religiosi cattolici» negando, appunto, soltanto a essi i benefici stabiliti dalla legge a motivo della rilevanza sociale della loro opera senza fini di lucro. Neanche citati tutti gli altri soggetti (altre religioni, associazioni laiche, patronati, realtà politiche e sindacali). Insomma, lorsignori fanno una guerra discriminatoria (e incostituzionale) contro i cattolici e la chiamano battaglia contro il privilegio...

 

1° gennaio 2007

GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

(dal "messaggio" di Benedetto XVI per la giornata mondiale della pace)

<<... il mio augurio di pace...

a quanti sono nel dolore e nella sofferenza,

a chi vive minacciato dalla violenza e dalla forza delle armi

o, calpestato nella sua dignità, attende il proprio riscatto umano e sociale...

ai bambini, che con la loro innocenza arricchiscono l'umanità di bontà e di speranza e, con il loro dolore, ci stimolano tutti a farci operatori di giustizia e di pace...

La pace è insieme un dono e un compito...

La pace è una caratteristica dell'agire divino, che si manifesta sia nella creazione di un universo ordinato e armonioso, come anche nella redenzione dell'umanità bisognosa di essere recuperata dal disordine del peccato...

La pace impegna ciascuno ad una risposta personale coerente con il piano divino. Il criterio cui deve ispirarsi tale risposta non può che essere il rispetto della "grammatica" scritta nel cuore dell'uomo dal divino suo Creatore...

Il riconoscimento e il rispetto della legge naturale pertanto costituiscono anche oggi la grande base per il dialogo tra i credenti delle diverse religioni e tra i credenti e gli stessi non credenti. E' questo un grande punto di incontro e, quindi, un fondamentale presupposto per un'autentica pace...

Per quanto concerne il diritto alla vita, è doveroso denunciare lo scempio che di essa si fa nella nostra società: accanto alle vittime dei conflitti armati, del terrorismo e di svariate forme di violenza, ci sono le morti silenziose provocate dalla fame, dall'aborto, dalla sperimentazione sugli embrioni e dall'eutanasia. Come non vedere in tutto questo un attentato alla pace?...

Costituisce un elemento di primaria importanza per la costruzione della pace il riconoscimento dell'essenziale uguaglianza tra le persone umane, che scaturisce dalla loro comune trascendente dignità...

Anche la non sufficiente considerazione per la condizione femminile introduce fattori di instabilità nell'assetto sociale...

Sempre più chiaramente emerge un nesso inscindibile tra la pace con il creato e la pace tra gli uomini. L'una e l'altra presuppongono la pace con Dio. La poesia-preghiera di san Francesco, nota anche come il "Cantico di Frate Sole", costituisce un mirabile esempio -sempre attuale- di questa multiforme ecologia della pace...

Uno sviluppo che si limitasse all'aspetto tecnico-economico, trascurando la dimensione morale-religiosa, non sarebbe uno viluppo umano integrale e finirebbe, in quanto unilaterale, per incentivare le capacità distruttive dell'uomo...

Una pace vera e stabile presuppone il rispetto dei diritti dell'uomo. Se però questi diritti si fondano su una concezione debole della persona, come non risulteranno anch'essi indeboliti?...

"Ogni azione bellica che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni con i loro abitanti è un crimine contro Dio e contro l'uomo, che deve esser condannato e senza esitazione" (Concilio Vaticano II)...

Desidero infine, rivolgere un pressante appello al popolo di Dio, perché ogni cristiano si senta impegnato ad essere infaticabile operatore di pace e strenuo difensore della dignità della persona umana e dei suoi inalienabili diritti....

... il cristiano non si stancherà di implorare dal Signore il fondamentale bene della pace che tanta rilevanza ha nella vita di ciascuno... Gesù ci ha rivelato che "Dio è amore" e che la vocazione più grande di ogni persona è l'amore. In Cristo noi possiamo trovare le ragioni supreme per farci fermi paladini della dignità umana e coraggiosi costruttori di pace>>.

6 gennaio 2007

ANNUNCIO

DEL GIORNO DELLA PASQUA

Sac. Fratelli e sorelle carissimi,

la gloria del Signore si è manifestatae sempre si manifesterà in mezzo a noi fino al suo ritorno.

Nei ritmi e nelle vicende del tempo ricordiamo e viviamo i misteri della salvezza.

Centro di tutto l’anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto, che culminerà nella Domenica di Pasqua, l’8 aprile.

In ogni Domenica, Pasqua della settimana, la santa Chiesa rende presente questo grande evento nel quale Cristo ha vinto il peccato e la morte.

Dalla Pasqua scaturiscono tutti i giorni santi:

Le Ceneri, inizio della Quaresima, il 21 febbraio; L’Ascensione del Signore, il 20 maggio; La Pentecoste, il 27 maggio; La prima Domenica di Avvento, il 2 dicembre.

Anche nelle feste della santa Madre di Dio, degli Apostoli, dei santi e nella commemorazione dei fedeli defunti,

la Chiesa, pellegrina sulla terra,proclama la Pasqua del suo Signore.

A Cristo, che era, che è e che viene, Signore del tempo e della storia, lode perenne nei secoli dei secoli.

Ass. Amen.

11-17 febbraio 2007

Prendi un sorriso, regalalo a chi non l'ha mai avuto.

Prendi un raggio di sole, fallo volare là dove regna la notte.

Scopri una sorgente, fa bagnare chi vive nel fango.

Prendi una lacrima, posala sul volto di chi non ha mai pianto.

Prendi il coraggio, mettilo nell'animo di chi non sa lottare.

Scopri la vita, raccontala a chi non sa capirla.

Prendi la speranza e vivi nella sua luce.

Prendi la bontà e donala a chi non sa donare.

Scopri l'amore e fallo conoscere al mondo.

Mahatma Gandhi

25 febbraio - 3 marzo 2007 = settimana di Quaresima

<<Gesù è "condotto dallo Spirito Santo nel deserto": luogo fatto di silenzio, di solitudine, ma anche spazio privilegiato per incontrarsi con Dio.

Accettando di fare questa esperienza, Cristo ci provoca che proprio nella quiete del deserto Dio si rivela a noi, che iniziamo spontaneamente a dialogare con lui.

Si tratta di un'esperienza che oggigiorno è difficile compiere,

perché siamo sommersi da suoni e rumori:

traffico cittadino, musica a volume sostenuto, TV accesa ad ogni ora, schiavi di Internet o del cellulare, sommersi da tante cose inutili.

Per questo Gesù ci invita ad abbandonare le nostre abitudini proponendoci il silenzio e il deserto, perché è qui che il Padre vuole incontrarci.

Ma nel deserto succede qualcosa di insolito.

Finito il tempo di raccoglimento e di preghiera, Gesù viene tentato.

Si tratta della tentazione di sostituirsi a Dio, di demolire le fede, di sentirsi padroni della propria esistenza.

Ma Gesù non si lascia lusingare e vince le tentazioni insite nell'uomo.

Sconfiggendo e annichilendo le tentazioni, Cristo sceglie la libertà di essere Figlio di Dio e questa libertà la concede a chi sa vivere radicato nella Parola>>.

4 - 10 marzo 2007

GLI 11 "COMANDAMENTI" DEL CALCIO

1. Il calcio non è Dio

2. I calciatori non sono dei

3. Il calcio non ha morti

4. La TV fa male al calcio

5. Il tifo usa il cuore, non le mani

6. Il calcio non è solo maschio e non ha età

7. Il calcio è solo uno degli sport

8. Il calcio è un campetto all'aria aperta

9. Il goal è bellezza

10. Gli stadi appartengono alle famiglie

11. Il pallone è il sorriso di un bambino

"Questo è il calcio che ci piace.

Dopo i tragici ci fatti di Catania, ci interroghiamo su questo splendido sport"

(da "Segno", marzo 2007, pag. 17)

 

29 aprile 5 maggio 2007

 

Un film di Ermanno Olmi : "CENTOCHIODI"

 

Il film <<vuole sottolineare il pericolo che corre un'umanità che si affida totalmente alle dottrine, a codici custoditi da rigidi interpreti, i quali hanno rinunciato al c0nfronto con la realtà e a capire i bisogni e le povertà della gente...>>.

Un film che mette in rilievo la <<rivolta contro i libri, contro i codici stantii e contro un sapere che si limita alle pagine scritte, che non si confronta con gli altri saperi, che rifiuta l'incontro con le persone...>>.

Un film che riscatta <<l'amore per gli ultimi, il coraggio di lasciare le certezze nutrite da una cultura accademica chiusa in se stessa e cieca, la scelta di fondare un nuovo rapporto con gli uomini e con la natura>>.

 

(Luciano Grandi, da "Settinana" n. 15 del 15 aprile 2007, pag. 14)

un film da vedere!

2 - 9 giugno 2007

Menù per ogni giorno

2 dita di pazienza

1 tazza di bontà

4 cucchiaini di buona volontà

1 pizzico di speranza

1 dose di buona fede

AGGIUNGETE

2 manciate di tolleranza

1 poco di prudenza

1 manciata di quella piccola pianta rara, che si chiama umiltà

1 grande quantità di buon umore

qualche filo di simpatia

CONDITE

il tutto con molto buon senso

lasciate cuocere a fuoco lento

e avrete così una

BUONA GIORNATA!!!

Giornata della salvaguardia del creato

01 settembre 2007

"E' responsabilità di ogni uomo

assolvere uno dei compiti più importanti per il bene dell'intera umanità:

custodire e coltivare la terra come un giardino (Genesi 2,15).

La terra si è formata 45 miliardi di anni fa

insieme a tutti gli altri corpi che popolano il sistema solare.

La sua superficie totale ammonta a oltre 500 milioni di chilometri quadrati

di cui 30% di massa continentale e 70% di massa liquida.

Alberi, piante e foreste significano vita,

per gli uomini come per migliaia di specie animali e vegetali.

I polmoni verdi del pianeta sono fondamentali per il clima, per la biodiversità

e costituiscono immense riserve di legno, piante medicinali, cibo e materie prime.

Purtroppo nell'ultimo decennio sul nostro pianeta sono andati perduti 9 milioni di ettari di foreste ogni anno.

L'acqua,

elemento decisivo per la salvaguardia del nostro "pianeta azzurro",

è il tema prescelto per la Giornata della salvaguardia del creato del 1° settembre 2007,

indetta dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI).

<<Il Signore vostro Dio vi dà la pioggia in giusta misura, per voi fa scendere l'acqua>> (Gioele 2,23).

(Dalla rivista PM, n. 9, settembre 2007, pagg. 17-19)

6 SETTEMBRE 2007

<<Semina, semina: l'importante è seminare

- poco, molto, tutto -

il grano della speranza.

Semina il tuo sorriso perché splenda intorno a te.

Semina le tue energie, per affrontare le battaglie della vita.

Semina il tuo coraggio per risollevare quello degli altri.

Semina il tuo entusiasmo, la tua fede, il tuo amore.

Semina le cose più piccole, le più insignificanti.

Semina e abbi fiducia:

ogni chicco arricchirà un piccolo angolo della terra>>.

(da Servizio della Parola, nn. 391/392, pag. 40)

03/11/2007

I GRAFFITI

Una parete bianca è la carta degli sciocchi.

Rientro dall'aeroporto e sto attraversando le varie periferie: l'occhio mi cade su una scritta incomprensibile che deturpa un palazzo appena terminato e, subito dopo, ecco un disegno (si fa per dire) in cui lettere cubitali e simboli si confondono, e così via in una desolante "striscia" ininterrotta che non risparmia neppure alcuni monumenti del centro della città.

Ormai quello dei graffiti è diventato un incubo; vanamente si offrono spazi a questi writers; inutilmente alcuni critici (anche qui si fa per dire) cercano di convincerci che anche queste sono forme d'arte, quasi fossero gli affreschi pompeiani o i murales messicani di Rivera o di Siqueiros.

Io rimango del parere espresso nella frase (l'originale latino suona così: Paries albus stultorum carta) che ho sopra evocato, traendola dal Baldus, un poema ironico, realistico-fantastico del mantovano Teofilo Folengo (1491-1544) che l'aveva firmato con lo pseudonimo di Merlin Cocai.

La riflessione che vorrei proporre è, però, di indole generale e riguarda la prevaricazione della maleducazione.

Di fronte a questi gesti, alla sporcizia nelle strade, alla sguaiataggine nei luoghi pubblici, alla volgarità ostentata si resta impotenti e scoraggiati. Ed è questo atteggiamento "dimissionario" che alla fine ringalluzzisce i maleducati, li fa sentire impuniti e invincibili e fa tendere verso il basso il comportamento collettivo.

Cominciano i genitori a lasciar perdere, per evitare discussioni;

la società si fa indifferente e tollerante, la scuola non osa intervenire per evitare rogne.

E così dilaga il cattivo gusto e trionfa la grossolanità e la rozzezza.

Mai come in questo caso andare controcorrente è segno di dignità e coraggio.

 

(Gianfranco Ravasi, Mattutino in "Avvenire" del 03 novembre 2007)

10.11.2007

Hanno detto:

<<Il tempo galoppa, la vita sfugge tra le mani. Ma può sfuggire come sabbia oppure come una semente>>

Thomas Merton).

<<Non possiamo affidarci alle nostre paure, dobbiamo interrogarle e capirle… Dobbiamo educarci alla libertà, ma anche all’utopia, che non è fuga dalla realtà, ma sogno di una realtà possibile. (L’utopia) è la scintilla che si produce tra il desiderio di un mondo diverso e la ricerca della strada per realizzarlo>>

(don Luigi Ciotti).

<<… oltre alla martellante “cronaca nera” di ogni giorno, c’è tutto un mondo di bene da scoprire, anche attorno a noi! Che rafforza la nostra speranza e voglia di vivere, perché con semplicità e coraggio tantissime persone hanno scoperto il più grande segreto della vita: l’amore. E con umiltà e tenacia, continuano oggi a camminare su questa strada, difficile e meravigliosa: per vivere e far vivere>>

(Maria Deluca in “Se vuoi”, n. 5/2007, pag. 4).

A proposito dei lavavetri

<<Il paradosso che vive il mondo dell’impegno sociale di ispirazione cristiana è quello di aver segnalato negli anni la necessità di politiche organiche verso l’immigrazione e la grave marginalità senza aver avuto risposte, e di essere messo oggi sul banco degli imputati, quale colpevole di una deriva di sottovalutazione dei fenomeni di degrado, da parte di una classe politica che non ha mai affrontato quei temi in maniera strutturata come priorità dell’agenda del paese.

L’altro paradosso è quello di sentirsi accusati di non fornire soluzioni ai problemi, non perché non in grado di offrire alternative, ma perché queste non vanno nella direzione repressiva auspicata.

… per anni non “la tolleranza zero”, ma la vera e propria omissione di intervento… è stata la normale attività di contrasto condotta dalle forze dell’ordine a livello nazionale.

Tutto ciò, mentre le realtà del volontariato e della cooperazione sociale mostravano un impegno significativo e crescente, che ha fatto da apripista ai successivi provvedimenti legislativi, alle azioni investigative e di repressione delle rete criminali, alla promozione di una rete di tutela sociale delle vittime>>.

(don Vittorio Nozza, Direttore della Caritas Nazionale, in “Italia Caritas”, ottobre 2007, pagg. 7-8)

 

<Ratzinger su Galileo? Leggetelo>>

Il professor Giorgio Israel non ha firmato l’appello e spiega perché:

«È stato costruito su spezzoni del discorso fatto»

DI PAOLO VIANA

È una sorta di sindrome Wikipedia quella che sta provocando tanto sconcerto nei fisici della Sapienza che si oppongono all’intervento del Papa all’inaugurazione dell’anno accademico. Con una punta d’ironia, Giorgio Israel, docente di storia della matematica, spiega perché è decisamente contrario all’appello dei suoi colleghi della facoltà di Scienze contro Ratzinger: «sarebbe meglio documentarsi e ragionare, invece troppo spesso si legge decontestualizzando e fraintendendo. Così chi ha scritto l’appello contro il Papa fondandolo sulla citazione di una frase di Feyerabend, avrebbe fatto meglio a leggersi tutto il discorso dell’allora cardinale Ratzinger e avrebbe capito che questo Papa non attaccava affatto la scienza né la ragione». Di più Israel non dice, ma il sospetto di un documento nato sulla lettura sbrigativa di documenti scaricati da internet è nell’aria.

I suoi colleghi si indignano, sobbalzano, si offendono e lei ci ride su?
Diciamo che allargo le braccia e spero che la protesta si eclissi in fretta, per decenza.
Dovranno pur rendersi conto di aver scritto una lettera assurda, citando un discorso del Papa che dimostra l’esatto contrario di quel che loro sostengono.

Sia più preciso.
Gli estensori dell’appello al rettore accusano il Papa citando una sua citazione e precisamente la frase di un filosofo della scienza in cui si dice che all’epoca di Galileo la chiesa fu più fedele alla scienza dello stesso Galileo e che quindi il processo a quello scienziato fu ragionevole e giusto. Se uno, invece di indignarsi per un presunto vulnus al metodo razionale, si leggesse il discorso integrale dell’allora cardinale Ratzinger in cui appare questa citazione coglierebbe che nel suo discorso essa veniva interpretata in senso esattamente contrario a quel che sostengono i contestatori.
Il cardinale, oggi Papa Benedetto XVI, parlava della crisi di fiducia della scienza in sé stessa e dimostrava che, mentre per secoli si è creduto che il processo a Galileo fosse la prova del carattere oscurantista della Chiesa, in seguito, nell’ambito della cultura scientifica erano emerse posizioni diverse, le quali sostenevano che Galileo non aveva fornito prove dimostrative dell’eliocentrismo e che Feyerabend era arrivato al punto di sostenere che il punto di vista della Chiesa era più razionale. Ratzinger con quel discorso voleva mostrare che la scienza stava perdendo la fiducia in se stessa e, di fatto, difendeva il punto di vista di Galileo. Altro che attacco alla scienza..

Com’è possibile che nel mondo scientifico nessuno abbia colto questo significato?
Diciamo che non l’hanno colto i firmatari della lettera.
Come non hanno colto il senso delle parole di Ratzinger, il quale nel discorso di Parma ha detto esplicitamente che la sua intenzione non era quella di porre delle rivendicazioni e ha sottolineato che la fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della modernità.
Si può dire lo stesso del mondo scientifico italiano?

Non credo proprio. Sono convinto che questa sia una minoranza, anche se tra di essi vi è il presidente del Cnr. Il peso specifico delle firme non è trascurabile, ma i numeri della contestazione sono per ora modesti. Si tratta di una sessantina di persone in una facoltà di seicento docenti e in un ateneo che conta migliaia di professori. Ciò detto, sì, vi sono atteggiamenti ostili. C’è anzi il fastidio di alcuni ambienti, che non sopportano che il Papa parli di scienza. Del resto, in un paese in cui Oddifreddi vende 200.000 copie di un libro contro la religione e Veltroni continua a tenerselo stretto e lo vuol far convivere con la Binetti, perché stupirsi? Questi fenomeni riflettono il fatto che a una parte del mondo scientifico piace questo laicismo ateo e aggressivo e che a sinistra pochi se la sentono di opporsi a questi eccessi.
«È una minoranza del mondo accademico, anche se tra loro appare la firma del presidente del Cnr. C’è risentimento: non sopportano che il Papa parli di scienza»

 

Le “beatitudini” della speranza

Beati voi, sposi,che accogliete la vita ed educate nella fede o vostri figli.

Beati voi, sposi,che date speranza al mondo col vostro amore e mostrate ai figli la bellezza della famiglia.

Beate voi, donne, che quando una nuova vita bussa al vostro cuore,la portate avanti pur nella povertà e nelle difficoltà,

convinte che ogni vita è un dono grande di Dio.

Beati voi, datori di lavoro, che anche con sacrificio tenete viva la vostra azienda per assicurare il lavoro ai vostri dipendenti.

Beati voi, politici,quando considerate la politica come vera missione per il bene comune.

Beate voi, famiglie, che al vostro interno favorite il sorgere di una vocazione sacerdotale

accompagnandola con tanta preghiera e uno stile di vita sobrio e gioioso.

Beati voi, avvocati,che quando vi si presenta una coppia di sposi per il divorzio,

vi battete con tutte le vostre forze perché i due si riavvicinino e ricostruiscano il loro matrimonio.

Beati voi, preti di Dio, quando, più che del “tempio”, vi prendete cura dei piccoli e dei poveri,

vivendo con sobrietà e fiducia grande nella Provvidenza.

(da “Settimana”, n. 6 del 10.02.2008, pag. 2)

 

16 maggio 2008

I « MOSTRI » DI NISCEMI E LA RESPONSABILITÀ DI NOI ADULTI

Prima il gioco da grandi

Poi l’ansia di cancellare tutto

di ROSSANA SISTI

Adesso è facile gridare fuori i mostri dal paese o dire che erano ragazzi tranquilli, figli di famiglie normali.

Come se quei tre di Niscemi che hanno detto di aver messo un cappio al collo della loro amichetta, stringendolo fino a strangolarla, e poi di averla bruciata e buttata nel pozzo, per farla sparire per sempre, fossero stati chissà come catapultati da un altro mondo.

Bisognerebbe invece non sprecarle le parole, sempre che se ne abbiano ancora,

per spiegarci l’ennesima violenza e la brutalità con cui tra ragazzini,

amici e cresciuti insieme a pochi metri uno dall’altro,

si consuma un delitto efferato.

Di quelli orrendi che vedi al cinema, che fanno immaginare criminali incalliti, dal sangue freddo e dalle mani esperte e non un orribile impresa da ragazzi.

Eppure l’appuntamento, la corda, il fuoco, la pietra legata al collo, il pozzo che ha inghiottito Lorena e infine la fuga sono la sceneggiatura perversa e sadica di un gruppo che banalmente dice di aver perso la testa, perché quei giochi di sesso che si facevano in gruppo al casolare erano sfuggiti di mano. E chissà forse c’era una verità troppo scomoda da accettare, un segreto che avrebbe potuto circolare in paese e non doveva, forse un ricatto che poteva scatenare altre gelosie e non poteva passare.

Non finisce di sorprenderci la banalità del male, l’impaccio di chi maneggia cose troppo grandi e ne finisce vittima, anche quando gioca la parte del carnefice.

In questa storia dolorosa tutti volevano sembrare più grandi.

Lorena era solo una bambina, tranquilla, affettuosa e sempre allegra, dice suo padre.

E ai suoi occhi così doveva apparire.

Ma lontano dagli sguardi dei genitori i ragazzi crescono più in fretta di quanto non si crede.

Liberi e appagati apparentemente ma sregolati e tremendamente soli a maneggiare il lato umano della vita.

E così conciarsi da grandi, colorarsi i capelli, farsi il piercing

e quel mai dire mai alle esperienze di sesso precoce perché così fan tutti,

sono segnali di tappe forzate e spesso bruciate nella vita di tanti adolescenti avidi di spremere il senso della vita. Di provare emozioni forti, esperienze che li facciano sentire vivi anche nell’ultimo angolo della provincia più morta d’Italia.

Quando qualcosa va storto, però, ecco l’animo bambino venir fuori, il pensiero magico di chi rompe l’oggetto, lo butta e dice non sono stato io. Di chi guarda con poco orizzonte davanti e immagina di cancellare di colpo la vita di un altro senza doverne pagare alcun prezzo.

Forse perché in prima battuta non sa dare valore alla propria.

Ma gli adulti cos’hanno insegnato?

Il mondo è pieno di ragazzi a posto che un brutto giorno senza capacitarci, scopriamo bulli, picchiatori, violentatori e persecutori.

A quel punto si interrogano gli psicologi, i sociologi e persino dalla politica ci si aspetta che qualcuno detti le regole di un nuovo modo di vivere.

E si finge di non capire che tutto nasce dentro lo spettacolo deprimente e devastante di un mondo adulto irresponsabile, inconsistente, volgare, violento, sordo e cieco al bisogno di rispetto e di attenzione di bambini e adolescenti.

Adulti da cui si impara a stare al mondo secondo i precetti della legge del più forte.

Ma non c’è via di scampo se questo è quanto i bambini e gli adolescenti imparano guardandoci.

 

(da "Avvenire" del 15 maggio 2008)

 

LA FAME NEL MONDO

LE PAROLE DI BENEDETTO XVI

UNA SCOSSA PER CAMBIARE DAVVERO

«Riforme strutturali».

In voga negli anni Ottanta, nei documenti finanziari che prescrivevano 'aggiustamenti' drastici ai Paesi poveri, questo binomio ieri è stato rilanciato dal Papa per dare la scossa alla comunità internazionale sull’emergenza alimentare.

È il segnale di una richiesta precisa, che va ben oltre il linguaggio di chi domandava ai soli governi del Sud del mondo passi decisi, scelte coraggiose.

È quanto il Papa ha chiesto ai rappresentanti dei Paesi riuniti per il vertice della Fao: non gesti di buonismo o soluzioni-tampone, ma «un’azione poli­tica». Ovvero: «Provvedimenti coraggiosi, che non si arrendano di fronte alla fame e alla malnutrizione, come se si trattasse semplicemente di fenomeni endemici e senza soluzione».

Se 100 milioni sono i 'nuovi affamati', vittime dell’impennata mondiale dei prezzi dei generi alimentari, non meno di 800 milioni sono le persone che soffrono la fame.

Quindi: o gli interven­ti saranno profondi, convinti e corali o non si andrà lontano.

Contrariamente a quanto talune interessate Cassandre vanno sostenendo, il punto non è la scarsità di risorse a disposizione (comodo alibi spesso sbandierato per porre un freno alla nata­lità).

«La fame e la malnutrizione – scrive il Papa – sono inaccettabili in un mondo che, in realtà, dispone di livelli di produzione, di risorse e di conoscenze sufficienti per mettere fine a tali drammi». È tempo di mettere questi temi al centro dell’agenda politica, compiendo «riforme strutturali indispensabili per affrontare con successo i problemi del sottosviluppo, di cui la fame e la malnutrizione sono dirette conseguenze».
Ben venga, allora, un soprassalto di solidarietà per affrontare la fase più acuta della crisi, come ha chiesto il direttore generale della Fao.

Ben venga la proposta avanzata dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, di non considerare, nei vincoli di bilancio imposti agli Stati membri della Ue, le quote destinate agli aiuti umanitari.

Ma c’è bisogno di sforzi più radicali. Gli aiuti internazionali, infatti, talora si sono rivelati un boomerang, nel momento in cui la gente rinuncia a comprare dal produttore locale quanto può avere gratis.

La soluzione – come ha spiegato il segretario generale dell’O­nu, Ban Ki-moon – sta nel garantire al contadino del Sud del mondo l’essenziale del suo fabbisogno, offrendogli opportunità effettive di produzione adeguata e di accesso al mercato.

C’è in gioco, insomma, un ridisegno urgente della logica economica globale, nel segno di una più equa distribuzione dei beni, di pari opportunità sul mercato globale.

Ad essere chiamati in causa siamo tutti.

Vale per speculatori di Wall Street che si stanno arricchendo in modo scandaloso con i futures sulla pelle dei poveri.

Vale per l’Europa e gli Stati Uniti: la loro politica agricola, condotta nel segno del protezionismo e dei sussidi, è uno degli ostacoli allo sviluppo delle economie del Sud del mondo.

Vale anche per il Brasile, che ha scelto la via dei biocarburanti come una corsia preferenziale: il presidente Lula ieri ha toccato i cuori dei presenti parlando della fame come di 'un insulto all’umanità', ma si è guardato dal promettere cambi di rotta circa la sua politica pro-etanolo.

La vera domanda, a questo punto, è: al di là delle dichiarazioni di principio, in che misura – singoli, popoli e comunità internazionale – siamo disposti a farci carico della crisi alimentare?

Un esempio per tutti: se abbiamo a cuore il destino dei popoli nella morsa della fame potremo continuare indisturbati a mangiare frutti esotici fuori stagione, sapendo che per coltivarli i contadini locali hanno rinunciato a seminare riso o grano?

(Gerolamo Fazzini, "Avvenire" del 4 giugno 2008)

 

Siamo tutti meticci

L’incontro fra culture e popoli:

intervista alla scrittrice africana Sandrine Bessora

n occasione della Fiera del libro di Torino

di CHIARA ZAPPA

 

Siamo tutti meticci. E non solo perché viviamo nell’epoca del villaggio globale e dei grandi movimenti di popoli. <<Il meticciato è la condizione naturale del mondo: le razze pure sono illusioni, non esistono. Ecco perché le civiltà in presunto scontro tra loro sono rappresentazioni arcaiche>>.
Per la scrittrice
Sandrine Bessora, fresca dell’assegnazione del Grand Prix littéraire de l’Afrique noire, tutto questo è pane, anzi vita quotidiana.

Nata da padre gabonese e madre svizzera, Bessora, di cui è da poco uscito in Italia il romanzo Macchie d’inchiostro (Epoché), ha vissuto in Africa e negli Stati Uniti, prima di stabilirsi a Parigi dove tuttora risiede.

Non sorprende dunque che il mix delle etnie e delle culture sia al centro della sua scrittura, permeata da un’ironia a tratti graffiante attraverso cui l’autrice... smaschera impietosamente i paradossi e l’ipocrisia delle società europee.

<<L’ironia, il sorriso, sono mezzi per fare un passo indietro e mettere a fuoco il quadro della realtà>>.

Un quadro fatto di incomprensioni reciproche e ostacoli all’incontro: il meticciato è solo fatica quotidiana?

<<Per me è sempre stato normale essere meticcia: mia madre era bionda, mio padre era nero. Sono cresciuta con l’idea che tutti i popoli sono meticci, anche se lo dimenticano. La storia del mondo è fatta di incontri culturali, di movimenti, pensi alla lingua francese o a quella italiana: lingue vive, arricchite da tanti apporti diversi. Eppure, se la mia condizione non mi è mai apparsa come un problema, a volte lo è agli occhi degli altri, perché ci sono persone che si immaginano, erroneamente, di appartenere a una razza pura e tendono quindi a essere disturbate da ciò che vedono come una contaminazione. Mentre il meticciato ha intrinseca in sé una grande forza, fondamentale per il nostro tempo>>.

Di quale forza parla?

<<Guardi, io abito un po’ in Europa e un po’ in Africa: due universi che conosco entrambi bene, il che mi permette di accettare più facilmente che le persone possano pensare in modo diverso. Ecco, ciò che mi ha dato questo meticciato è forse la capacità di mettermi nella pelle di persone molto diverse da me, che in fondo è anche ciò che faccio sempre quando scrivo.

Un’abilità che però è alla portata di chiunque, a condizione che la coltivi attraverso la curiosità e l’apertura agli altri>>.

In Francia, dove lei vive, la situa­zione nelle banlieues è diventata esplosiva: molti pensano che questa sia la prova che l’integrazione è impossibile...

<<Molti non riescono a concepire che si possa vivere insieme anche quando si è diversi, mentre l’integrazione è un fenomeno naturale e non significa diventare tutti uguali, ma che ciascuno prende e insieme dà qualcosa. È un meccanismo storico che non riguarda affatto solo le migrazioni: con il tempo le società cambiano, e molti fattori le fanno cambiare, la tecnologia tanto quanto i movimenti dei popoli.
Ma
quando ci troviamo di fronte a difficoltà sociali ed economiche, è più facile dirci che i responsabili sono quelli che arrivano da fuori, che sono venuti a turbare l’equilibrio che esisteva prima. Ma si tratta di un’illusione, perché l’equilibrio si ricrea costantemente, è sempre in movimento>>.

Eppure a volte l’incontro si trasforma in conflitto: che cosa pen­sa dello scontro delle civiltà?

<<Penso che rifletta una visione arcaica del mondo e della società.

Non credo che i popoli si avvicinino o si allontanino automaticamente per certi criteri dati. Le civiltà si nutrono delle differenze, la loro stessa natura è il cambiamento e quindi sì, possono esserci dei traumi, ma non dovremmo vederli come fattori estranei alla nostra storia. Non siamo di fronte alle civiltà di Marte e di Venere che si scontrano: noi facciamo tutti parte dello stesso pianeta, siamo imbarcati nella stessa storia, anche se ognuno ha la sua particolarità, la sua cultura, la sua religione>>.

Perché allora l’islam fa così paura?

<<Prima della caduta del muro di Berlino il 'nemico pubblicò era il comunismo, oggi è l’islam: dobbiamo sempre mettere delle etichette su un intero popolo per giustificare le nostre paure. Ma io penso che l’integralismo non sia appannaggio di una religione, visto che abbiamo avuto tante forme di integralismo in tutte le epoche, né è possibile riunire popoli diversissimi in un gruppo omogeneo, a cui affibbiamo un’etichetta in realtà vuota di senso>>.

Lei, che è cresciuta in Occidente, ha vinto da poco il Grand prix littéraire de l’Afrique noire: che cosa significa 'letteratura dell’Africa nera'?

<<Niente di più che 'letteratura'.

Anche queste sono etichette che servono agli editori, ai librai per ordinare i volumi nelle librerie, ma che non hanno un senso reale. In compenso, sono stata molto felice di ricevere questo premio, proprio perché l’ho ottenuto per un libro che non ha niente a che fare con l’Africa, visto che racconta la storia di due donne a Parigi.

Per me è stato un segno che oggi, nonostante tutto, esiste una certa libertà di creazione, che non siamo più obbligati a rientrare per forza in stereotipi rassicuranti quanto privi di sostanza>>.

 

CASTITA' : è ancora di moda?

01 agosto 2008

Da "IL CAVALIERE DELL'IMMACOLATA" (n. 7-8, luglio-agosto 2008)

Lettera di una mamma:

<<Come mamma sono profondamente addolorata quando vedo e leggo di vicende come quella avvenuta in Sicilia dove tre ragazzi hanno ucciso una coetanea>>.

Risposta della Redazione:

<<... Oggi i nostri ragazzi e giovani sembrano sognare di meno rispetto al passato, immersi come sono in una cultura del provvisorio, del niente di definito, di stabile...

Oggi la sessualità (e la persona) viene considerata una "cosa" da gestire all'insegna della libertà e deve essere consumata con la benedizione di tanti "saggi" laicisti, che ne hanno una visione riduttiva, coltivando una innaturale frattura tra sessualità e persona, tra persona e progetto di vita...

Dice il card. Martini: Quando la Chiesa parla di sessualità non fa altro che leggere la comune saggezza dei popoli alla luce del Vangelo. Anche la morale laica, non prevenuta, sa indicare che cosa è lecito e che cosa non lo è, qual'è il significato della sessualità e che cosa la realizza o non la realizza.

La castità non è rinuncia all'amore, ma impara ad amare di più.L'arte dell'amare è nella logica del dare più che del ricevere o del dominare.

Cresce nella libertà, esige un cammino, una cultura dell'amore, che non parta da ciò che fanno tutti, da ciò che viene propagandato dai mass media, ma da quale relazione si intende costruire con gli altri, secondo il piano di Dio o al di fuori di esso>>.

 

 

24 settembre 2008

- I -

Per giorni e settimane, i mass media non hanno fatto che parlare di caccia ai rom, di blitz notturni della polizia nei luoghi dove vivono accampati gli extracomunitari, di rigurgiti razzisti violenti in città del Sud e del Nord; hanno continuato a diffondere immagini raccapriccianti di campi nomadi messi a fuoco, di volti smarriti e spaventati di bambini, uomini e donne, in fuga o portati via a forza; hanno divulgato i risultati di numerosi sondaggi, tutti concordi nell'attribuire ai clandestini la colpa principale dell'insicurezza che oggi affligge il nostro Paese.

Per citarne uno per tutti, l'Osservatorio Demos Coop rileva che oggi in Italia quasi un cittadino su due si sente insicuro, diffida e ha paura degli «zingari», mettendo confusamente tutti insieme con questo termine (usato in senso dispregiativo), rom e sinti, immigrati regolari e clandestini.

Il 75% degli italiani reclama che siano sgomberati i «campi nomadi» e le case illegalmente occupate da stranieri; oltre il 90% chiede che sia rafforzata la presenza della polizia sulle strade e nei quartieri (e il Governo ha pensato di inviare addirittura l'esercito a potenziare il presidio del territorio); oltre il 60% si dice favorevole alle «ronde cittadine» e alla giustizia «fai-da-te» (cfr la Repubblica, 9 giugno 2008, 27).

Sono dati che devono far riflettere, soprattutto perché appaiono chiaramente condizionati dal pregiudizio che «immigrato» sia sinonimo di «delinquente» e «irregolare» equivalga a «criminale» (cfr ARRIGONI P. - VITALE T., «Quale legalità. Rom e gagi a confronto», in Aggiornamenti Sociali, 3 [2008] 182-194).

Certo, l'immigrazione porta con sé dei problemi, anche gravi; ma non la si può affrontare lasciandosi guidare dalla paura e dall'emotività, che sono sempre irrazionali e cattive consigliere.

Occorre invece:

1) prendere coscienza della natura strutturale del fenomeno,

2) valorizzarne le opportunità positive,

3) superarne con coraggio le difficoltà.

1. Natura strutturale del fenomeno

Negli ultimi anni i flussi migratori hanno conosciuto una crescita esponenziale.

Oggi si calcola che nel mondo i migranti siano circa 195 milioni: una persona su 35, più del 3% dell'umanità.

Molti sono rifugiati e profughi che lasciano la patria controvoglia, spinti dalla miseria e dalla fame, dalla violenza, dalle guerre, dai conflitti etnici. Il fenomeno è inarrestabile e il suo prezzo (come hanno confermato i recenti e tragici naufragi al largo della Libia e nel Canale di Sicilia) è altissimo: dal 1988 a oggi sono più di 12mila gli immigrati che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l'Europa.
La prima cosa da fare, quindi, è prendere coscienza che siamo di fronte a un «fenomeno ormai strutturale delle nostre società», come scrive Benedetto XVI nel Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2007: non si può ridurre il problema solo alla questione della strategia più efficace per controllarlo, ma occorre risalire alle sue cause e porvi rimedio.

Per risolverlo è necessaria e insostituibile la cooperazione internazionale. Questa, poi, non può limitarsi a porre rimedio alle conseguenze disumane del fenomeno, ma deve fare ogni sforzo per impedire che esse si producano, sviluppando un'efficace azione preventiva nei Paesi stessi donde provengono i flussi migratori e con la loro responsabile collaborazione.

Ciò vale in modo particolare nel caso dell'Unione Europea, dove il fenomeno migratorio ha raggiunto dimensioni amplissime e si alimenta attraverso canali difficilmente controllabili: su circa 500 milioni di cittadini europei, gli immigrati stranieri sono intorno ai 28 milioni e arrivano a 50 milioni se si includono quanti nel frattempo hanno ottenuto la cittadinanza (cfr Dossier Statistico 2007 - XVII Rapporto sull'immigrazione, redatto dalla Caritas in collaborazione con la Fondazione Migrantes, dal quale prendiamo i dati riportati in queste pagine).

A sua volta, tra i Paesi europei, l'Italia (con la Spagna) è il Paese più esposto, a causa della sua posizione e della sua configurazione geografica: da noi, gli stranieri irregolari - individuati dalle forze dell'ordine - superano le 120mila unità l'anno, mentre gli stranieri residenti regolari (comunitari e non comunitari) sono circa 3.690.000, il 6,2% della popolazione totale (al 2006). L'immigrazione, dunque, ha ormai carattere «strutturale» e il futuro dell'Italia è legato indissolubilmente all'apporto degli immigrati. La prima cosa da fare, dunque, è cogliere le valenze positive del fenomeno.

 

 

5 ottobre 2008

- II -

2. Valorizzare le opportunità positive

Una prima opportunità offerta all'Italia dall'immigrazione riguarda il lavoro.

I lavoratori immigrati continuano ad aumentare: nel nostro Paese sono 1 ogni 10 occupati.

Nel 2006 la forza lavoro straniera ammontava a 1.475.000 persone (1.348.000 occupati e 127mila disoccupati), con un'incidenza del 6,1% sul PIL.

Il 40% degli stranieri risultava impiegato nell'industria e il 55% nel terziario; più ridotta, invece, la componente in agricoltura.

Nel 2005 erano titolari d'azienda 130.969 cittadini stranieri. Senza dire del crescente coinvolgimento delle donne, in particolare delle numerosissime badanti e colf, che svolgono il loro prezioso servizio anche in famiglie a reddito modesto.

La partecipazione sindacale dei lavoratori stranieri è molto elevata: 526.320 immigrati iscritti, rispetto al totale di 5.776.269 lavoratori sindacalizzati. Si aggiunga che, anche dal punto di vista pensionistico e della previdenza, gli immigrati finora costituiscono più una risorsa che un problema, dato che gli ultrasessantenni stranieri sono meno di 100mila. I lavoratori stranieri versano quasi 1,87 miliardi di euro di tasse, attraverso 2 milioni e 300mila dichiarazioni dei redditi.

Purtroppo, però, gli immigrati sono pure i primi a pagare di persona le gravi carenze che tuttora affliggono il mondo del lavoro in Italia: basti pensare che 1 lavoratore su 6 che muore sul lavoro è immigrato.

Una seconda opportunità positiva che l'immigrazione porta con sé riguarda l'equilibrio demografico. Qualche anno fa un documento dell'ONU affermava che affinché la generazione che nasce sia in grado di rimpiazzare la generazione che muore, ogni famiglia dovrebbe avere in media 2 figli. Dopo anni di crescita zero, oggi l'equilibrio demografico della popolazione italiana è garantito non dalle donne italiane, la cui fecondità è ferma a 1,24 figli, ma dalle donne immigrate, che hanno una fecondità media di 2,45 figli. L'importanza di questo dato si comprende meglio, se si tiene presente che l'Italia (insieme al Giappone) è il Paese al mondo con la quota di popolazione anziana più elevata.

L'Annuario statistico italiano dell'ISTAT rileva che nel 2005 in Italia (58.751.711 abitanti) vi erano 130 anziani ogni 100 ragazzi fino a 14 anni e che, negli anni 1992-2005, le morti avevano superato le nascite di 235.209 unità; se, nonostante ciò, il saldo demografico in Italia risulta positivo, lo si deve al fenomeno migratorio.

Infatti, negli ultimi 10 anni, l'incidenza delle nascite di bambini stranieri sul totale dei nati della popolazione residente in Italia ha fatto registrare un forte incremento, passando da poco più di 9mila nati del 1995 a 52mila nel 2005 (in termini percentuali, dall'1,7% al 9,4%).

E ciò sarà ancor più vero per il futuro. Infatti, è certo che la struttura della popolazione italiana, di qui al 2020, subirà profondi mutamenti: i giovani lavoratori fino ai 44 anni diminuiranno di 4,5 milioni di unità (già ora ne vengono a mancare 300mila l'anno); gli ultrasessantacinquenni passeranno dall'attuale 19% al 35% della popolazione e in Italia vi sarà un ultraottantacinquenne ogni 3 residenti. Risulta dunque evidente l'apporto insostituibile degli immigrati per «svecchiare» la popolazione: i cittadini stranieri regolari in Italia hanno un'età media di 31,3 anni contro i 44 anni degli italiani residenti.

Ma l'immigrazione offre soprattutto una terza opportunità, non meno importante, di natura culturale, morale e religiosa. Contribuisce cioè a rafforzare quel carattere di «stabilità nella diversità», che è destinato a essere il tratto fondamentale della nuova società interculturale e interreligiosa del terzo millennio.

Stabilità: infatti, in Italia gli stranieri con almeno 5 anni di soggiorno, che a fine 2006 erano 1.311.000, saranno 2.151.000 a fine 2008. Ciò conferma che gli immigrati ormai sono una componente strutturale della società italiana.

Nella diversità: infatti, mentre 30 anni fa, su 10 immigrati 9 erano euroamericani, oggi su 10 immigrati 5 sono europei (prevalentemente dell'Est Europa), 2 africani, 2 asiatici e 1 americano. Analogamente, nella scuola italiana gli alunni figli di immigrati oggi sono più di mezzo milione, il 5,6% della popolazione scolastica totale: 1 circa ogni 16 alunni e, in alcuni contesti, addirittura 1 ogni 8.
Il futuro del nostro Paese, quindi, è legato all'immigrazione: tra 10 anni avremo più di mezzo milione di nuovi nati da genitori stranieri residenti; e tra 20 o 30 anni gli immigrati supereranno la soglia dei 10 milioni. Ha ancora senso criminalizzarli? Più che pensare a introdurre il reato di immigrazione clandestina, si tratta di elaborare un'efficace politica migratoria, non solo che formuli norme giuridiche adeguate a regolare i flussi, ma che si prenda anche a cuore l'inclusione degli immigrati.

A questo riguardo, è desolante apprendere che l'attuale Governo, per garantire la copertura finanziaria alla detassazione dell'ICI sulla prima casa, ha tagliato (tra gli altri) più di 44 milioni di euro al Fondo per l'inclusione sociale degli immigrati (cfr Il Sole 24 Ore, 28 maggio 2008).

Non bastano più le soluzioni di emergenza, per dare la dovuta attenzione alla dimensione umana dell'accoglienza.

Il miglior antidoto alla migrazione illegale non è il carcere, ma una politica migratoria seria. Pertanto, lo Stato stabilisca l'entità dei flussi che il Paese è in grado di sostenere; predisponga spazi d'accoglienza degni di questo nome; persegua giustamente i comportamenti illegali degli immigrati, ma, nello stesso tempo, non indulga alla xenofobia; intervenga con decisione nel reprimere ogni forma di giustizia «fai-da te», di blitz razzisti contro i rom e altri gruppi che non hanno nulla che vedere con l'immigrazione clandestina, «colpevoli» solo di essere quelli che sono e di esistere. La caccia all'uomo scatenata da bande con spranghe di ferro a Ponticelli ed episodi analoghi a Verona, a Roma e altrove sono scene indegne di una nazione civile.

Con che diritto ci lamentiamo se poi la stampa estera e Paesi amici accusano l'Italia di essere razzista e xenofoba?

Gli stranieri e gli stessi immigrati sono portatori di valori. La loro presenza costituisce un'opportunità, che bisogna saper cogliere attraverso un'opera efficace di formazione della mentalità e delle coscienze, sia degli ospitanti, sia degli immigrati stessi. Da parte dei Paesi ospitanti - come scriveva Giovanni Paolo II nel Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2005 - si dovranno «escludere sia i modelli assimilazionisti, che tendono a fare del diverso una copia di sé, sia i modelli di marginalizzazione degli immigrati, con atteggiamenti che possono giungere fino alle scelte dell'apartheid» (n. 2). È chiaro però che, nello stesso tempo, anche da parte degli immigrati, si dovranno «compiere i passi necessari all'inclusione sociale, quali l'apprendimento della lingua nazionale e il proprio adeguamento alle leggi e alle esigenze del lavoro» (n. 1), così da raggiungere insieme un giusto equilibrio nel rispetto delle diverse identità culturali. In altre parole, la soluzione sta nel passare dal rifiuto all'accoglienza e all'integrazione sociale e culturale.

 

12 ottobre 2008

Immigrati: il coraggio dell'incontro

Bartolomeo Sorge S.I.
Direttore di «Aggiornamenti Sociali»

- III -

3. Superare con coraggio le difficoltà

Con ciò non si vuol negare affatto che esistano ostacoli da superare, timori e inquietudini da vincere; anche perché il fenomeno migratorio è in sé difficilmente controllabile, e l'incontro tra diversi crea sempre delicati problemi di integrazione culturale, sociale, politica e religiosa. Nessuno, perciò, nega che i flussi migratori vadano regolati, nell'interesse stesso di chi è disperatamente alla ricerca di lavoro e di una vita libera e degna.

Non basta però un'accoglienza fredda, affidata al gelido distacco della legge e della ricerca esclusiva del proprio interesse. La nostra coscienza di cittadini deve ribellarsi di fronte allo «spirito mercantile» del legislatore, non meno che di fronte a norme razziste e discriminatorie.

L'immigrato è una persona, non è mera forza-lavoro da sfruttare se e finché è utile, e da buttar via quando non serve più. Ciò è indegno sia della visione cristiana dell'uomo, sia della tradizione di alti valori morali di cui l'Italia va giustamente fiera.
Gli immigrati sono uomini e donne con la nostra stessa dignità. Nella prospettiva cristiana, poi, sono figli di Dio e fratelli nostri.

Perciò, una politica che criminalizza gli immigrati è del tutto inconciliabile con il messaggio evangelico e comunque con tutta la tradizione occidentale dei diritti dell'uomo. È necessario, dunque, che il problema dell'immigrazione sia affrontato con coraggio e risolto non solo attraverso un'adeguata regolamentazione giuridica, ma anche in modo umano, attraverso una progressiva integrazione culturale e religiosa. Ora, lo strumento principale dell'integrazione è, appunto, l'accoglienza. In questo senso - come sottolinea il Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti - «i cristiani devono [...] essere promotori di una vera e propria cultura dell'accoglienza, che sappia apprezzare i valori autenticamente umani degli altri, al di sopra di tutte le difficoltà che comporta la convivenza con chi è diverso da noi» (La carità di Cristo verso i migranti, 2005, n. 39). Cosa che è comunque auspicabile non solo per i cristiani ma per ogni cittadino.

A questo punto, occorre affrontare l'interrogativo che fa da sfondo a tanti timori e incertezze: è davvero possibile l'integrazione culturale e religiosa tra gruppi così diversi? Per rispondere, non dobbiamo certo nasconderci le difficoltà, ma dobbiamo altresì avere chiaro che l'«integrazione culturale» - come scrive Giovanni Paolo II - «non è [...] un'assimilazione, che induce a sopprimere o a dimenticare la propria identità culturale. Il contatto con l'altro porta piuttosto a scoprirne il "segreto", ad aprirsi a lui per accoglierne gli aspetti validi e contribuire così a una maggiore conoscenza di ciascuno» (Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2005, n. 1).

Dal canto suo, occorre che l'immigrato non solo rispetti la cultura del Paese ospitante, ma partecipi attivamente alla vita sociale del luogo in cui vive, condividendone diritti e doveri.

Si tratta - conclude Papa Wojtyla - di andare oltre il concetto stesso di tolleranza, fino a «promuovere una fecondazione reciproca delle culture. Ciò suppone la conoscenza e l'apertura delle culture tra loro» (n. 3). Imparare a vivere così, uniti nel rispetto delle diversità, è certamente un'impresa ardua, ma non impossibile, se la convivenza si fonda su valori comuni condivisi e sulla stima verso le altre identità culturali, etniche e religiose.
L'integrazione socioculturale, in una parola, si realizza non nascondendo le differenze, ma creando legami sociali nuovi attraverso occasioni di dialogo e d'incontro, e imparando a vivere uniti nella diversità fin dai banchi della scuola, che è la principale «agenzia educativa», accanto alla famiglia e alla Chiesa.

In particolare, spetta alla scuola, divenuta ormai mutliculturale e multirazziale, il compito di far incontrare, dialogare e fecondare culture diverse, per giungere a un'unità culturale più alta e comprensiva. Basti pensare che, secondo le stime statistiche del Rapporto 2006 su povertà ed esclusione sociale in Italia, a cura della Caritas Italiana e della Fondazione «E. Zancan» (cfr La Civiltà Cattolica, I [2007] 286 ss.), si prevede che gli studenti figli di immigrati, da 181mila nel 2001-2002 saranno più di 720mila nel 2020.
Per quanto concerne, infine, l'integrazione religiosa, occorre tenere presente che in Italia dei 3.690.000 immigrati: i cristiani sono la metà (gli ortodossi hanno superato i cattolici: 918mila a 685mila); i musulmani sono un terzo (1.202.396), seguiti a grande distanza da induisti, buddisti ed ebrei (tutti insieme poco meno del 5%); circa 400mila immigrati sono appartenenti ad altri gruppi religiosi o non credenti. Come realizzare una convivenza pacifica? Quanto abbiamo detto del pluralismo culturale vale anche del pluralismo religioso: esso pure è un dato strutturale e irreversibile del mondo globalizzato.

* * *

Il percorso per giungere a una politica migratoria responsabile e umana non è scontato. L'ostacolo maggiore è rappresentato dalla cultura dominante, fondata su una concezione individualistica della persona, che antepone la ricerca del proprio interesse a quello comune e identifica il benessere con il consumismo, escludendo ogni orizzonte trascendente. Da qui la necessità di elaborare un progetto comune di convivenza a partire da una cultura solidaristica e, più in profondità, da un'antropologia, basata su una concezione integrale della persona, aperta alla relazione con l'altro e con Dio (cfr Gaudium et spes, n. 25).

Il 2008 è stato proclamato dall'Unione Europea anno del dialogo interculturale, contro tutte le discriminazioni. Il modo migliore di celebrarlo è che ciascuno s'impegni nell'ambito in cui opera, reagendo alla deriva individualistica che inquina la vita sociale e politica. In questa direzione va anche il Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2007 di Benedetto XVI, quando ricorda che solo «il riconoscimento dell'essenziale uguaglianza tra le persone umane, che scaturisce dalla loro comune trascendente dignità» (n. 6), può essere quel principio universalmente condiviso, dal quale partire per elaborare un umanesimo nuovo, necessario per affrontare e risolvere anche i problemi dell'immigrazione.

 

Riflessione sul Vangelo

domenica XXXIII del Tempo Ordinario “A”:

Mt. 25,14-30

<<So che sei un uomo duro… : per paura andai a sotterrare il talento: ecco qui il tuo>>

Quel servo potrebbe rappresentare il credente (il cristiano) che vie sotto la minaccia del castigo e dell’inferno: più preoccupato di evitare il male che di fare il bene. Lo tranquillizza solo il pensiero che non ha rubato, non ha ucciso, non ha divorziato, e altre cose ancora che non ha fatto.

Quel servo può rappresentare anche una morale cristiana cosiddetta del no, dl divieto e dl castigo: una morale specializzata nel dire quello che non bisogna fare (il male) piuttosto che quello che si può fare (il bene), nel privato e nel pubblico…; una morale che genera ansia di non farcela.

Quel servo che “sotterra il talento” può rappresentare anche comunità cristiane preoccupate più di conservare che di investire la forza e la luce del Vangelo; impegnate più a difendere l’identità cristiana che a testimoniarla nella complessità della vita privata e pubblica…>>.

Scriveva il cardinale J.H.Newman:

<<Io sono stato creato per fare o per essere qualche cosa per cui nessun altro è stato mai creato. Poco importa che io sia ricco o povero, disprezzato o stimato dagli altri. Dio mi conosce e mi chiama per nome. In qualche modo sono tanto necessario io al mio posto, quanto un arcangelo al suo>>.

(da “Servizio della Parola” nn. 401/402, ottobre-novembre 2008)

7-8 dicembre 2008

LA CRISI

<<Per capire le cadute vertiginose e gli improvvisi ricuperi delle borse di questi tempi ci vuole più di una laurea.

Siamo in tanti a restare allibiti e costretti a “credere” a chi annuncia tempi difficili, ad accettare al buio la parola “recessione” senza saper valutare le conseguenze.

Per molti di noi, che non capiamo gli intrigati giochi della finanza, quei milioni e miliardi di euro bruciati in un sol giorno per il crollo delle borse, sono come il vecchio gioco del Monopoli, con cui si arricchiva e impoveriva passando di mano in mano piccoli biglietti stampati.

Comunque, ignoranza e incoscienza non ci mettono al riparo da una situazione molto grave che potrebbe incrinare le basi stesse della vita individuale e collettiva.

Le cifre stanno lì, crudeli e spaventose, a dirci che un castello di carta sta crollando e che il nostro tenore di vita qualche scossone lo sta accusando.

Si stanno intensificando gli sforzi per arginare la crisi e, finalmente, - e questo interessa direttamente noi – si fa strada la convinzione che il collasso del sistema non sia dovuto solo ad una carenza di capitale monetario, ma ad una carenza di capitale spirituale.

Non è il libero mercato a fallire, ma l’avidità globale di un mercato senza regole.

Aveva ragione Gandhi di annoverare tra i peccati sociali gli affari senza moralità e una politica senza princìpi: oggi stiamo pagando il conto di questi due peccati.

Aver messo al centro della vita il lucro, ha come effetto la scomparsa di valori etici e spirituali. Una situazione, del resto, già prevista da Gesù quando affermava che non si può servire Dio e mammona.

La vita ci costringe ad una scelta tra onestà e disonestà, tra fedeltà e infedeltà, tra altruismo ed egoismo, tra bene e male. La scelta tra la logica del profitto come criterio ultimo del nostro agire e la logica della condivisione e della solidarietà.

Noi stiamo soffrendo una crisi, ma che ne sarà dei “veri” poveri, quei 900 milioni a rischio di vita e di morte di fame ogni giorno?

Se oggi qualche briciola la facciamo cadere dal tavolo della nostra abbondanza, che ne sarà prossimamente, quando avremo dalla nostra la giustificazione della “necessità” del risparmio?

Il non poter esercitare la carità è la più grande disgrazia che ci possa capitare.

In tutta questa vicenda emerge la sapienza che orienta su ciò che nella vita si rivela stabile, sui valori che non vanno in crisi, che anzi aiutano a superare anche questi momenti duri ai quali non eravamo abituati.

I princìpi etici nella conduzione della vita in famiglia, sul lavoro ed anche nella gestione del denaro, costituiscono dei solidissimi mattoni che servono ad edificare sulla roccia e non sulla sabbia.

La fede non rialza le quotazioni del mercato, per fortuna, ma offre garanzie solide contro il ripetersi di una sorta di montagne russe che alternano cadute rovinose a rimbalzi imprevisti.

La fede non serve a consolare in questi frangenti, ma spinge ad agire bene, soprattutto a scegliere delle priorità per orientare tutta la nostra vita.

Una vera scelta di vita ispirata alla Vergine Maria, la fiducia nella Provvidenza e la pratica della povertà evangelica di san Massimiliano Kolbe che lo ha reso libero dalla tentazione del profitto, non sono fioretti che si raccontano ai bambini, ma veri segnali per districarci nei complessi problemi della vita>>.

Da “Il Cavaliere dell’Immacolata” (n. 11 novembre 2008)

settembre 2011

<<Voi potrete fare quello che volete, ma noi continueremo ad amarvi.

Gettateci in carcere, e anche così vi ameremo.

Lanciate bombe sulle nostre case, minacciate i nostri figli,

e, per quanto difficile possa essere, vi ameremo ancora.

Mandate sicàri alle nostre case durante le tenebre della notte, ci colpiscano,

e, pur moribondi, vi ameremo>>.

(Martin Luther King)

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